Un libro edito da Neri Pozza è dedicato alla «Domus
Illorum De Lischa», adibita adesso a casa per anziani
UNA
FAMIGLIA UN PALAZZO
Dal Rinascimento ad oggi un intrecciarsi di vicende familiari, artistiche
e urbane
Palazzo
da Lisca, una costruzione tardoquattrocentesca, di gran pregio,
un tempo affacciato alle «acque morte» di un ramo dell'Adige,
situato tra piazza Isolo - meglio dire Via Interrato dell'Acqua
Morta - e via Seminario, è oggi di proprietà dell'Agec
(Azienda Gestione Edifici Comunali), che l'ha adibito a casa per
anziani, conservando il piano nobile per ospitare eventi sociali
collegati al volontariato. E' stato restaurato a questo scopo dal
Comune e finanziato prevalentemente dalla Regione con il contributo
dell'Associazione cittadina Pro Senectute, promotrice del progetto
del restauro. A questo palazzo, alla sua storia e a quella della
famiglia da Lisca antica proprietaria, alle vicende e alle caratteristiche
del restauro è stato dedicato un bel libro, edito da Neri
Pozza e intitolato «Domus Illorum De Lischa - una famiglia
e un palazzo del Rinascimento a Verona» (Agec, Consorzio per
gli Studi Universitari, Comune e Provincia di Verona) curato e capillarmente
documentato da Stefano Lodi, con saggi di Paola Lanaro, di Gian
Maria Varanini, che intervengono sulla famiglia da Lisca dal Trecento
al primo Seicento e sulla loro collocazione politica e fondiaria.
Inoltre Stefano Lodi, nei due saggi fondamentali del libro, indaga
sulla situazione urbanistica dell'area dove è collocato il
palazzo e sulle sue vicende architettoniche. Infine Paola Marini
analizza e commenta la decorazione degli interni e Giorgio Forti
illustra e riflette sul restauro da poco concluso.
La
caratteristica degli studi che hanno dato corpo a «Domus Illorum
De Lischa» è quella di far interagire fra loro le prospettive
di storia famigliare, artistica e urbana, secondo un metodo di lavoro
messo a punto nel convegno di qualche anno fa su «Edilizia
privata nella Verona Rinascimentale», dovuto agli stessi studiosi
sopracitati, esperti in storia dell'arte, dell'economia e medievisti,
e i cui atti sono stati recentemente pubblicati da Electa.
Il
primo scoop di questa ricerca collettiva è l'attribuzione
della proprietà della domus ai nobili da Lisca, attribuzione
che si era smarrita nel tempo, che piuttosto si riferiva ad un palazzo
adiacente, e che, oggi, è del tutto confermata. La prima
casa da Lisca era il Torrione che delimita Porta Organa, inglobato
poi in un edificio, che recentemente è divenuto sede di un
ordine di Suore dedite alla fabbricazione delle ostie, poi venduto
dalla curia.
L'altro
scoop è l'inatteso ritrovamento di spettacolari pareti affrescate,
internamente alla «sala passante» del piano nobile,
attribuite a Bernardino India, di grande valore non soltanto figurativo
ma indicativo del fatto che questo nobile ambiente era il centro
di una grande casa di un'unica importante famiglia; il disvelamento
degli stemmi, presenti in una stanza adiacente, ha permesso di accertare
la casata dei proprietari committenti e dei successivi, avvicendatisi
attraverso matrimoni con esponenti dell'aristocrazia veronese (Da
Lisca, Giusti, Bevilacqua Lazise): accanto a questo ambiente una
stanza è coperta di quel che resta degli affreschi di Paolo
Farinati e della sua bottega che cronologicamente chiudono la vicenda
figurativa del complesso edilizio. L'entrata ufficiale del palazzo
avveniva da Via Seminario, e quella è la facciata, mentre
il retro scendeva verso le acque dell'Adige. La casa era collocata
nella periferica contrada di san Vitale, zona manifatturiera, in
cui avevano sede molte attività legate al settore tessile
per la presenza delle acque dell'Adige...
Ma
andiamo con ordine.
Cominciando
dal cuore dell'edificio, formato forse dall'unione di due modeste
case, più volte manomesso e trasformato nel corso dei secoli,
ma che ancora mantiene l'unità nella distribuzione degli
ambienti ai due livelli nei quali si sviluppava in origine. La stanza
affrescata nel tardo Quattrocento, sita al piano nobile, mostra
- dice Paola Marini - una qualità talmente alta nelle decorazioni
che pare sia possibile fare riferimento ad un materiale mantegnesco,
oppure all'ambito di Gerolamo dai Libri, o meglio ancora a materiale
mantegnesco tradotto in affresco da Gerolamo dai Libri. I da Lisca,
nella persona di Gianmatteo, furono i committenti del palazzo e
della cappella, che porta il loro nome - un tempo ospitante una
celebre pala del dai Libri - appunto situata nella abbazia olivetana
di Santa Maria in Organo, mentre uno degli abati della stessa è
Francesco figlio di Gianmatteo. Siamo quindi in presenza di un bell'intreccio
di potere, di devozione e di alta committenza: la famiglia da Lisca
si poteva permettere il meglio di quanto in campo artistico si creava
allora a Verona e nell'alta Italia.
Ma
qual è la storia della famiglia da Lisca? È una gens
fiorentina giunta a Verona agli inizi del Trecento, in seguito alla
diaspora di ghibellini espulsi da Firenze, di cui faceva parte anche
Dante. La vicenda ricalca quella del loro più illustre concittadino.
Il loro cognome deriva, secondo Varanini, che racconta il processo
di «veronesizzazione» dei conti da Lisca, dal toponimo
di una frazione della Valdarno: La Lisca. Si installarono in varie
contrade sulla riva sinistra dell'Adige, e, per un periodo di tempo
significativo, non solo il Trecento ma anche per tutto il Quattrocento,
operando su scenari pluricittadini, perseguirono ambiziosi obiettivi
di affermazione politica, coltivarono alte relazioni sociali, adottando
diversificate strategie economiche, dal commercio del denaro a quello
dei panni lana, dal mestiere delle armi, alla gestione oculata della
terra. A seguito dell'ingresso nel funzionariato scaligero ebbero
anche un ruolo di rilievo al momento dell'innalzamento di Castelvecchio.
E fra Quattrocento e Cinquecento, proprio quando erigevano il palazzo,
la memoria lunga della fiorentinità era ancora vitale. Ma
l'insediamento nella dimora di san Vitale, di forme così
nobili e dignitose, segna l'acquietarsi in una dimensione provinciale
della famiglia che ha fatto parte ininterrottamente del patriziato
veronese, da allora fino ad oggi, illustrandosi anche nella vita
culturale della città. Alla fine del Cinquecento tuttavia
il giurista Alessandro da Lisca, responsabile delle trasformazioni
a cui il palazzo va incontro in quegli anni, restituisce alla casata
un importante ruolo sovraregionale con gli incarichi in particolare
svolti per Vespasiano Gonzaga - duca di Sabbioneta - e Ferdinando
d'Asburgo, arciduca d'Austria. Con l'uscita di scena di questo ramo
della famiglia nel tardo Seicento, il palazzo, passato a modesti
proprietari e poi in mano pubblica, viene dimenticato e trascurato
dagli storici fino alla recente riscoperta.
Paola
Altichieri Donella
http://www.csu-vr.org/news/1lug2002.html
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